L'Etruria in senso stretto era compresa fra l'Arno e il Tevere, fra il Mar Tirreno e l'Appennino e includeva dunque i territori della Toscana e dell'Alto Lazio. Per indicare le regioni esterne all'Etruria ma dominate dagli Etruschi, si parla di Etruria padana, Etruria campana...

Fin dall'antichità sono state formulate diverse ipotesi circa l'origine del Etruschi: Erodoto (V secolo a.C.) diceva che essi provenivano dalla Lidia; Dionigi di Alicarnasso (60 a.C.- 7 d.C.) li riteneva autoctoni dell'Italia; per Tito Livio (59 a.C.- 19 d.C.) erano originari del Settentrione. Come diceva però l'etruscologo Massimo Pallatino, nessuna di queste ipotesi si fondava su prove certe e indiscutibili.
Quanto alla formazione, vi sono molte difficoltà lo stesso, infatti la storia degli Etruschi è ricostruibile solo a grandi linee perché non ci sono documenti significativi e quei pochi sono decifrati solo in parte, come del resto i reperti archeologici, per quanto siano ricchi ed interessanti, non risolvono tutti i problemi. E' comunque certo che, da qualunque parte essi immigrarono in queste zone dell'Italia centrale, essi non portarono con sé una cultura già compiuta (come fecero i Greci nell'Italia meridionale) ma la elaborarono qui, rifacendosi in larga parte alle tradizioni della civiltà villanoviana. Anzi, molti centri etruschi, tra i quali Volterra, Caere, Tarquinia e Chiusi, furono la rifondazione e lo sviluppo di insediamenti villanoviani. Fra il VII e il VI secolo a.C. si ebbe la piena urbanizzazione che si sviluppò prima nell'Etruria meridionale ed in Campania, per arrivare in seguito anche al resto dell'Etruria e all'Emilia. Ciò avvenne perché le risorse minerarie già sfruttate in passato dai villanoviani, avevano attirato l'attenzione dei Fenici e dei Greci cosicché la regione divenne sede di intensi scambi. In particolare, fu importante per lo sviluppo delle città etrusche i commerci con i Greci e soprattutto con quelli delle colonie della Magna Grecia e della Sicilia.
Come i Greci, gli Etruschi si organizzarono in città-stato, autonome e indipendenti, inizialmente governate da un lucumone che fungeva da "re", ma che in seguito venne sostituito da regimi aristocratici, retti da magistrature collegiali.


Verso la metà del VI secolo a.C., le dodici città etrusche più importanti (Veio, Tarquinia, Chiusi, Caere, Arezzo, ecc.) costituirono una dodecapoli, una lega politico-religiosa che prendeva spunto dal mondo greco. Altre due dodecapoli si formarono poi in Val Padana e in Campania quando gli Etruschi si espansero fra l'VIII e il VI secolo a.C.: la prima faceva capo a Felsina (Bologna) che teneva rapporti commerciali con i Greci tramite il porto di Spina sulla foce del Po; la seconda era guidata da Capua, rivale delle greche Cuma e Napoli.
Le comunicazioni fra l'Etruria e la Campania erano agevoli poiché gli Etruschi esercitavano sul Lazio una netta egemonia, provata anche dal fatto che Roma fu governata da alcuni re di origine etrusca.
Sebbene la cultura etrusca fosse nettamente dipendente da quella greca, gli Etruschi si allearono con i Cartaginesi per contenere l'espansione coloniale dei Greci e nella battaglia navale del 540 a.C. svoltasi nei pressi di Alalia, gli inflissero una netta sconfitta con la quale la Sardegna andò ai Cartaginesi e gli Etruschi si assicurarono invece la Corsica. Verso la fine del VI secolo a.C. però, la potenza degli Etruschi cominciò a declinare: nel 509 fu scacciato l'ultimo re etrusco dai Romani; nel 474 subirono una durissima sconfitta dai Greci di Siracusa a Cuma; nel 396 i Romani conquistarono Veio e cominciarono l'avanzata verso nord; i Galli intanto occuparono la Val Padana, ponendo fine al dominio etrusco in quella zona.
Nel III secolo a.C. i Romani infine conquistarono tutta l'Etruria e gli Etruschi subirono non poco l'influenza della nuova civiltà, tanto che perdettero l'uso e la conoscenza della loro lingua originaria.
La civiltà etrusca, tuttavia, non svanì totalmente, infatti i Romani assimilarono a loro volta usi, tecniche, conoscenze e superstizioni del popolo etrusco e trassero non pochi vantaggi dai rapporti con un popolo molto più progredito di loro.

 

La fondazione di Arezzo, da collocarsi verso la fine del II millennio a. C., avvenne certamente per mano delle popolazioni villanoviane. In seguito, con la penetrazione in Italia centrale degli Umbri, il primitivo villaggio di capanne crebbe fino a divenire una città. Successivamente Arezzo entrò nella sfera d’influenza degli Etruschi, incrementando il proprio prestigio e potere fino ad entrare a far parte della "Lega dei Dodici Popoli" della quale fu una della dodici lucumonie.


Dal IX al V secolo a.C., si assiste ad una progressiva crescita in importanza di Arezzo che diviene il nodo economico più importante per gli scambi commerciali tra le città toscane e la lega etrusca della Padania.
Alla fine del VI secolo a.C. risalgono le testimonianze archeologiche del centro urbano, la futura Arretium dei romani ma di cui non ci è mai giunto il vero nome etrusco.
Testimonianza di questo splendore è l’acropoli di S. Cornelio, collina limitrofa al colle di San Donato. Poche ma significative le tracce rimaste in città: brevi tratti di mura, resti di una necropoli sul Poggio del Sole, i due celebri bronzi della Chimera e della Minerva (V e III sec. a.C.) rinvenuti nel Cinquecento, vasi di bucchero, ceramiche greche di importazione (cratere di Euphronios).
Dopo la decadenza delle città costiere etrusche, causata dall’espansione della flotta greca di Siracusa, l’occupazione sannita delle città etrusche campane, l’invasione della Padania da parte dei Galli e la disastrosa guerra di Veio contro Roma, Arezzo rimane tra le città etrusche più importanti, sviluppa una fiorente attività di trasformazione del bronzo ed estende la sua sfera di influenza sulle limitrofe popolazioni umbre. Verso la fine del IV secolo a.C., Arezzo, Chiusi e Perugia (definite da Tito Livio "Capitae Etruriae") sono alla testa di una guerra antiromana. Sconfitta nel 311 a.C., Arezzo subì l’occupazione di Roma (che vi fondò una colonia nominata successivamente Arretium Vetus), la parziale distruzione del centro abitato e la deportazione degli abitanti in una zona limitrofa di più agevole controllo. Attorno al III secolo a.C. la città, divenuta etrusco-romana, incrementa ancora il suo sviluppo. Alleatasi con Roma nella lotta contro l’invasione dei Galli Senoni, accoglie stabilmente un presidio militare romano, divenendo per circa due secoli grazie alla sua posizione strategica sulla via Cassia, il fulcro dell’espansione di Roma verso l’Italia settentrionale. Obbligata a fornire aiuti militari a Roma durante la terza guerra punica, Arezzo contribuisce con enormi quote di armamenti e vettovagliamento.
Dopo la vittoria riportata nel 310 da Q. Fabio Rulliano, anche l'Etruria settentrionale cioè le lucumonie di Perugia, Chiusi e Arezzo furono costrette a chiedere pace e alleanza a Roma. Tito Livio ci parla di ambasciatori aretini inviati a questo scopo presso il Senato Romano.
Probabilmente ciò fece molto piacere alla più illustre consorteria di Arezzo, quella dei Cilnii, dalla quale discenderà Mecenate, la quale, fiutato il successo di Roma, puntò su di esso le carte del proprio avvenire. La cosa dovette piacere assai meno al popolo aretino che, poco dopo, nel 302-301 cacciò da Arezzo la famiglia Cilnia. Non è facile dire il motivo di questa rivolta popolare, ma è certo che Roma vi vide un grave pericolo per la sua politica tanto è vero che si affrettò a nominare dittatore M. Valerio Massimo e ad inviarlo ad Arezzo dove ristabilì la pace: “Arretio rebellante gravissimus terror Romanis incessit”.
Il III secolo a.C. cominciò con un avvenimento d'importanza eccezionale, decisiva: nel 299 sanniti, galli, umbri ed etruschi si coalizzarono contro Roma impegnata nella terza guerra sannitica.
Nel 295 Roma riuscì a vincere a Sentino: la località più che a Sentino presso Sassoferrato sembra, secondo il parere di recenti studiosi (Q. Calabresi, A. Maroni), corrispondente a Pian di Sentino presso Rapolano. Ormai per gli Etruschi non c'era più speranza e nel 294 gli ambasciatori di Volsinii, Perugia ed Arezzo “tres validissimae urbes, Etruriae capita” si dovettero presentare al Senato a chiedere la pace che ebbero a pesanti condizioni. Gli aretini da ora in poi non si schiereranno più apertamente contro Roma e Roma farà di Arezzo uno dei tre caposaldi di difesa e di conquista verso il nord: gli altri due saranno Pisa e Rimini.
Nel 285 a.C. un imponente esercito di Galli Senoni si mosse dalla zona adriatica e per la Val Marecchia ed il passo di Viamaggio si portò ad Arezzo già diventata centro strategico romano. Nella piana aretina, in un luogo imprecisato (la localizzazione tradizionale di Campoluci non appare affatto fondata!), l'esercito romano venne disfatto: morirono sul campo il console Lucio Cecilio Metello, sette ufficiali superiori (tribuni militari) e circa 13.000 soldati; i rimanenti dispersi o fatti prigionieri.
Benchè questa volta, come già nel 295, i Galli fossero visti come alleati dagli Etruschi, gli aretini per amore o per forza furono con i Romani.
Senza dubbio Arezzo, dopo la battaglia, venne saccheggiata e distrutta; ma l'anno dopo, nel 284, Roma si prese la rivincita al lago Vadimone presso Bassano di Teverina. Era il colpo di grazia: Vulci si sottomise, Bolsena venne conquistata, Chiusi, Perugia, Cortona e Volterra si fecero città alleate. La fedele Arezzo, carissima ormai a Roma per la sua posizione strategica, venne ricostruita ed ebbe una nuova superba cinta di mura laterizie, tanto ammirata più tardi da Vitruvio e da Silio Italico.

 

Il padre della Chimera fu Tifone, il cui corpo gigantesco culminava in cento teste di drago. Giace relegato sotto una delle isole vulcaniche della nostra terra (Ischia o la Sicilia), ancora fremente della rabbia che lo portò un giorno lontano a sfidare gli dèi, a cacciarli dall'Olimpo ed a ferire Zeus.
Sua madre fu Echidna, la vipera, per metà donna bellissima e per metà orribile serpente maculato. Viveva in un antro delle terre di Lidia, cibandosi della carne degli sventurati viaggiatori.
La Chimera è solo uno degli esseri mostruosi generati da Tifone ed Echidna. I suoi fratelli furono Cerbero, cane infernale dalle tre teste, la famosa Idra uccisa da Eracle, e Ortro, feroce cane a due teste guardiano delle mandrie del gigante Gerione.
La Chimera è la personificazione della Tempesta, la sua voce è il tuono.
Molte e diverse sono le rappresentazioni iconografiche del mostro leggendario. Probabilmente ad Esiodo (Teogonia) si ispirò l'artista che la raffigurò a Cerveteri con tre teste frontali, le cui due laterali di leone e di drago e la centrale di capra. All'Iliade invece sembra ispirato l'artefice della Chimera di Arezzo: leone davanti, capra sul dorso e serpente dietro.
"Lion la testa, il petto capra, e drago la coda;
e dalla bocca orrende vampe vomitava di foco ...
(Iliade, VI, 223-225)

Chimera fu allevata dal re Amissodore e per lunghi anni terrorizzò le coste dell'attuale Turchia, seminando distruzioni e pestilenze. Fu Bellerofonte, eroe da molti ritenuto figlio del dio Poseidone, a fermare le scorribande del mitico mostro. Con l'aiuto di Pegaso, Bellerofonte riusci a sconfiggere la Chimera con le sue stesse, terribili armi. Infatti "...non c'era freccia o lancia che avrebbe presto potuto ucciderla". Allora Bellerofonte immerse la punta del giavellotto nelle fauci della belva, il fuoco che ne usciva sciolse il piombo che uccise l'animale. Come già aveva fatto Perseo con Medusa, anche Bellerofonte abilmente seppe sconfiggere la creatura facendo sì che la sua forza si ritorcesse contro di lei.

La Chimera d'Arezzo è un capolavoro in bronzo della scultura etrusca (V-IV sec.a.C.), fu scoperta nel 1553 nelle campagne di Arezzo e restaurata da Benvenuto Cellini; fu conservata per un periodo in Palazzo Vecchio dove Cosimo I dei Medici la volle accanto al proprio trono; fu poi spostata nella villa medicea di Castello perché la sua presenza in Palazzo Vecchio era ritenuta funesta. L'originale è adesso conservato al Museo Archeologico di Firenze mentre sono visibili due copie bronzee leggermente più grandi, collocate nella prima metà di questo secolo ad ornare le due fontane davanti a piazza della Stazione ad Arezzo, città in cui sarebbe più consona tuttavia la sua conservazione.
Chimera prende il nome dalla caratteristica che la diversifica dai genitori: la testa di capra infatti non trova riscontro né in Tifone né in Echidna e ne diviene così tratto peculiare. "Infatti Chimera, in greco Khimaira, significa capra". E "la capra è...il più selvatico tra i domestici e il più domestico tra gli animali selvatici". Ed è in quest'ottica che si indicano tre significati simboleggiati da Chimera: il leone è la forza, il calore e quindi l'estate; il serpente è la terra, l'oscurità e quindi l'inverno, la vecchiaia; la capra è il passaggio, la transizione e quindi autunno e primavera. E sempre in quest'ottica si legge la dedica a Tinia, il mutevole Giove etrusco, iscritta sulla zampa anteriore destra della Chimera. "Non sia da meravigliarsi quindi che al sommo dio degli etruschi, principio cangiante di ogni cosa, venisse dedicata la multiaspetto velocissima Chimera".

LA CUCINA DEGLI ETRUSCHI

Le raffigurazioni pittoriche della tomba Golini I di Orvieto (l'antica Volsinii) databili alla seconda metà del IV secolo a.C., ci offrono una visione interessante delle attività di cucina di un'importante famiglia dell'aristocrazia: sulle pareti sono rappresentati i servi che fanno a pezzi la carne con una piccola ascia, altri che preparano i cibi sotto lo sguardo attento di una donna: preparano focacce, cuociono le cibarie nel forno, mesciono le bevande nelle brocche.

Particolari degli affreschi della Tomba Golini I di Orvieto con rappresentazioni di scene di banchetto (metà IV secolo a.C.).

Nelle altre pareti appaiono i loro padroni, seduti o sdraiati sulle klinai, i letti tricliniari del banchetto, in compagnia delle proprie donne dalle ricche vesti, illuminati da alti candelieri di bronzo lucente, serviti da schiavi nudi ed allietati da suonatori di lira e tibicines (flauti doppi).
Ma cosa si mangiava nell'antica Etruria? Oltre alla frutta e verdura, quali erano le pietanze, i cibi preparati? Nei tempi più antichi erano frequenti le minestre di cereali e legumi, come le gustose zuppe di verdura: ne è un ricordo eccezionale l'acquacotta, uno dei piatti della tradizione culinaria viterbese. Le sfarinate di cereali erano utilizzate per fare frittelle e focacce.
La carne era bollita ed arrostita: sono frequenti nei corredi delle tombe gli alari, gli spiedi e le pinze per maneggiare i tizzoni di brace. Condimento ideale per ogni cibo era l'olio d'oliva, di qualità eccellente, esportato in tutto il Mediterraneo come testimonia il rinvenimento di anfore etrusche: anche oggi la qualità dell’olio viterbese lo denota come prodotto tipico, così come il vino.
La mancanza di una letteratura specifica non ci aiuta nella conoscenza di ricette e preparazioni tipiche, lontane dalla raffinata e forse confusionaria cucina d’età romana: ma non è difficile immaginare che i piatti più tipici della tradizione gastronomica toscana e viterbese, così legati alla sana e semplice cultura contadina, siano il perpetuarsi della cucina etrusca.

L'ALIMENTAZIONE DELLA SOCIETA' ETRUSCA

L’alimentazione del mondo mediterraneo antico è condizionata, ovviamente, dai prodotti che la natura offre e le condizioni climatiche simili nel mondo greco, latino ed etrusco, hanno generato una dieta ed una cucina per molti versi assai simili tra loro.
Per l’età preistorica si hanno dati scientificamente molto interessanti per il villaggio del Gran Carro di Bolsena, scoperto sotto le acque del bacino lacustre e databile attorno al IX secolo a.C., nella fase di passaggio dunque tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro. Il setacciamento dei fanghi che ricoprivano le antiche strutture, eseguito nel 1974, portò alla luce una rilevante quantità di noccioli di frutta selvatica tra cui corniolo (Cornus mas), prugna selvatica (Prunus spinosa) e prugna damascena (Prunus insititia), nocciolo (Corylus avellana) e ghiande (Quercus sp.), ed anche vite (Vitis vinifera) che presto, grazie alle conoscenze trasmesse dai navigatori provenienti dall’Egeo, sarebbe stata trasformata in vino e non consumata solo come frutta. Tra i cereali sono presenti cariossidi di farro (Triticum dicoccum); tra i legumi resti di fave (Vicia faba). I cereali ed i legumi potevano essere consumati abbrustoliti o macinati per farne frittelle e minestre; la frutta poteva essere consumata fresca o fermentata in bevande a scarso tenore alcolico.
Tra i resti faunistici (scavi 1980) ricordiamo la presenza di numerose specie domestiche (68% del totale dei resti ossei rinvenuti) e selvatiche (32%). Sono stati segnalati resti di caprini, ovini, suini, bovini, equini, cani; tra i selvatici cervo, cinghiale, capriolo ed orso bruno.
I dati disponibili dagli scavi condotti dall’Istituto Svedese di Roma a San Giovenale (Blera) abbracciano un arco cronologico molto ampio che va dall’età del Bronzo all’età romana: essi rivelano come attraverso i secoli il principale alimento siano stati i suini, gli ovini ed i bovini, talvolta integrati da esemplari cacciati come il cervo, il capriolo e la lepre.
Se cerchiamo analogie con il mondo romano di cui si possiedono numerose notizie in più rispetto all’etrusco, apprendiamo che si tendeva al consumo soprattutto di suini, mentre i caprini e gli ovini erano destinati alla produzione di latte e lana e i bovini al lavoro nei campi.
La carne era arrostita su lunghi spiedi (in greco obeloi) che, in epoche premonetali, cioè quando ancora non si usavano monete e si ricorreva allo scambio di prodotti e di metalli a peso, costituivano nel Mediterraneo un elemento di scambi assai frequente. Ma poteva essere anche bollita in grandi calderoni da cui veniva estratta con uncini.
A San Giovenale sono stati rinvenuti fornelli e pentole di terracotta che testimoniano la quotidiana vita dell’abitato: molti dei materiali archeologici provenienti soprattutto dagli abitati arcaici della Tuscia (San Giovenale ed Acquarossa) sono esposti in un'interessantissima mostra permanente presso il Museo Archeologico Nazionale di Viterbo (Rocca Albornoz).
Lo scavo di un insediamento agricolo etrusco del IV-III secolo a.C. condotto dalla Soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale a Blera in località Le Pozze (scavi 1986-87), ha permesso il rinvenimento di 570 semi e noccioli di frutta, tra cui segnaliamo corniolo, nocciolo, ghiande di quercia, olivo (Olea europaea), vite, fico (Ficus carica), pero (Pyrus sp.) ed orzo (Hordeum sp.). Tra i resti di animali, presenti i suini, la capra, i bovini, le galline.
Indagini paleonutrizionali, cioè sulle modalità alimentari del passato, condotte sulla popolazione etrusca, hanno rivelato che dal VII secolo a.C. all’età romana l’economia alimentare sia rimasta a base agricola; un consumo maggiore di carne e latticini, rilevabile dall’aumento di zinco nelle ossa, si ha nell’età arcaica (VI secolo a.C.-inizio V secolo a.C.): con il passaggio all’età classica ed all’ellenistica si nota una graduale diminuizione del consumo di prodotti di origine animale, forse conseguenza di quella forte crisi economica che avrà il suo inizio nel V secolo a.C. e che si protrarrà con la conquista romana.

LA MEDICINA

La perizia degli Etruschi nell'Arte Medica era celebre e gli antichi scrittori Greci e Romani ne parlano soprattutto riguardo alla conoscenza delle proprietà officinali delle piante.
Per conoscere il grado di preparazione raggiunto dai medici etruschi ci viene in aiuto l'Archeologia: il rinvenimento di numerosi ex voto in terracotta o bronzo raffiguranti anche organi interni del corpo umano denota chiaramente l’estrema abilità anatomica di questo popolo; così come la presenza di numerosi ferri da chirurgo e da dentista nel corredo di alcune tombe.
Nel Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia è conservato un teschio umano che reca una protesi dentaria in oro, prova dell’abilità dei dentisti.
Grande importanza avevano poi le acque termominerali, di cui la Tuscia è ancora oggi ricchissima: gli Etruschi conoscevano bene le proprietà medicamentose di ogni sorgente, sacra e dedicata a divinità diverse, così come i Romani, i quali, con la conquista di queste terre, eressero spesso grandi impianti termali alimentati dalle preziose acque di queste sorgenti.

L'ARCHITETTURA MILITARE

Le prime cittadine etrusche confidavano per la difesa nell'inaccessibilità dei luoghi: per edificare venivano spesso scelte alture dominanti su speroni rocciosi, e nel fitto dedalo di vicoli degli abitati. Durante il VI ed il V secolo a.C. le cinta murarie con cui venivano circondate le città più importanti erano molto semplici nella concezione.

L'impianto urbanistico della città etrusca, situato nella media valle del Reno, risale al VI secolo a.C.; sono chiaramente visibili i resti di un quartiere dell'antico abitato. I lotti abitativi sono divisi in modo ortogonale e non vi è una precisa differenziazione delle varie funzioni delle cellule abitative (abitativa, produttiva, artigianale).

Grossi massi squadrati venivano sovrapposti secondo un tracciato che si limitava a seguire il perimetro cittadino. I punti più deboli come le porte di accesso venivano rafforzate dalla presenza di torri. Gli Etruschi rimasero sempre fedeli a questa antiquata concezione e non seguirono gli sviluppi, databili dal IV secolo a.C., dell'architettura militare, secondo i quali il tracciato veniva disegnato secondo le esigenze difensive. La conseguenza fu che le loro città divennero vulnerabili agli attacchi delle popolazioni culturalmente progredite residenti nel centro e nel meridione della penisola italiana.

L'ESERCITO ETRUSCO

Per l'equipaggiamento degli eserciti, gli Etruschi potevano contare su una grande disponibilità di materiali ferrosi, estratti dalle miniere dell'Italia centrale.

L'abbigliamento militare viene documentato da sculture in bronzo e da dipinti dell'epoca. I capi base erano un corto chiton e una corazza in cuoio che terminava con due file di lamine rettangolari uniformi; a completare l'abbigliamento, vi era un elmo e robusti schinieri alti fino al ginocchio.

Le singole città-stato etrusche reclutavano i loro eserciti tra i cittadini secondo il censo, in tal modo venivano costituiti corpi di cavalleria, di opliti e di truppe leggere. La cavalleria, aveva la sua forza principale nella mobilità, quindi le erano assegnati compiti di ricognizione, di schermaglia e di inseguimento. Gli opliti, la cui armatura poteva essere di fogge molto differenti, ma che garantiva al corpo una protezione abbastanza completa, combattevano in formazione compatta, i migliori in prima fila, e cercavano l'urto contro la formazione nemica. Infine i fanti leggeri, dotati di armi da getto, ma non protetti da corazze, avevano lo scopo di scompigliare e di provocare la formazione nemica, colpendola da lontano. Vi erano anche dei corpi di genieri che avevano il compito di erigere fortificazioni, e di provvedere allo smantellamento di quelle nemiche durante le operazioni di assedio. Come ultima risorsa, in alcune occasioni, parteciparono agli scontri schiere di sacerdoti che si gettavano sui nemici armati di serpenti e torce accese. Nei tempi più antichi doveva essere diffuso l'uso del carro da guerra. Non sappiamo se fungesse da solo mezzo di trasporto sul campo di battaglia per i capi, oppure da vero e proprio strumento di combattimento.

LE ARMI

L'armamento offensivo del fante etrusco comprendeva per il combattimento corpo a corpo una vasta scelta di armi: la lancia, la spada lunga o corta, asce normali e bipenni, spade ricurve, pugnali. Le armi da getto erano: giavellotti, archi e fionde. L'armamento difensivo era costituito da una corazza per il torace di tessuto rinforzata da borchie metalliche, oppure di bronzo, in due o più pezzi, foderata in lino. La testa era protetta da un elmo di bronzo, di fogge molto differenti: con guanciali e paranaso, a calotta, semplice o crestato. Le gambe erano difese da schinieri in bronzo. Completava il tutto uno scudo in cuoio, legno o bronzo, di forma circolare, ellittica o rettangolare.

ARTE E RELIGIONE

Mentre si può pensare che la religione degli Etruschi sia stata legata alle attività agricole, più noti invece sono gli dèi: Tinia (Zeus), Uni (Era) e Menrva (Atena) erano le divinità predominanti e che furono poi "acquisite" in seguito anche dai Romani dando vita alla triade capitolina (Giove, Giunone e Minerva). Altri dèi importanti erano Turan (Afrodite, Venere), Maris (Ares, Marte), Nethuns (Poseidone, Nettuno), Sathlans (Efesto, Vulcano). Oltre a questi, gli Etruschi veneravano i cosiddetti dèi Involuti e Consenti, potenze oscure e misteriose di cui non si conoscono bene le caratteristiche.
Gli Etruschi si impegnarono molto anche nell'elaborazione dell'arte aruspicina, con la quale si credeva di dedurre la volontà degli dèi attraverso l'esame del fegato degli animali sacrificati, del volo degli uccelli e dell'osservazione dei fulmini: anche questa arte fu assimilata dai Romani e rimase moltissimo in voga anche nell'età del tardo impero. Inoltre gli Etruschi ritenevano che esistesse una grande correlazione fra Cielo e Terra: pensavano infatti che nella parte orientale del Cielo vi risiedessero divinità benevole mentre in quella nord-occidentale le divinità ostili e malvagie. Ecco perché essi orientavano i propri templi verso sud-est e costruivano le città secondo l'orientamente per loro più favorevole.
Quanto al culto dei morti, si sa per certo della grande attenzione che gli Etruschi gli riservavano, viste le numerose necropoli e le tombe isolate che sono perlopiù nell'Alto Lazio e nell'Etruria marittima.

Tintinnabulo in lamina bronzea ritrovato nel 1875 nella tomba n.5 ("tomba degli ori") della necropoli villanoviana dell'Arsenale Militare di Bologna (seconda metà VII secolo a.C.).

Poiché essi credevano che il defunto conservasse la propria individualità anche dopo la morte, i sepolcri erano costruiti come vere e proprie abitazioni sotterranee arredate e con numerosi affreschi di vivaci pitture, spesso raffiguranti danze, giochi, cacce e banchetti.

E' un vaso funerario, destinato cioè a contenere le ceneri del defunto: ha una forma panciuta, con il coperchio a forma di testa umana e anse in forma di braccia. E' caratteristico della civiltà arcaica di Chiusi (prima metà del VIII secolo a.C.).

Nonostante questo sfarzo negli arredi, l'oltretomba era immaginato come un tetro regno di penombra dove i defunti erano insieme degli dèi inferi e degli eroi mitologici. In seguito addirittura, questa visione si incupisce con il declino della potenza etrusca e negli affreschi vengono pure raffigurati divinità infernali terribili, come la dea Vanth e il dio Tuchulcha.

Il sarcofago con coppia di sposi è databile intorno al 520 a.C. e testimonia il ruolo attivo della donna etrusca, qui a banchetto a fianco del marito. Aristotele disse che "gli uomini etruschi banchettano insieme alle mogli avvolti nella stessa coperta" mentre Teopompo (storico greco del IV secolo a.C.) asserisce che "le donne banchettano accanto al primo che capita, bevono alla salute di chi vogliono e sono grandi bevitrici".

Nelle tombe più ricche sono stati ritrovati oggetti artistici provenienti dall'Oriente o creati da artigiani greci in stile orientale, presenza -la loro- documentata poi con certezza dai reperti del VI secolo a.C.
La pittura e l'architettura etrusche ci sono note grazie ai reperti delle necropoli, mentre dei templi ci restano solamente le fondamenta di pietra, visto che la loro parte superiore era fatta in legno. La pietra era usata, oltre che per le tombe, anche per le cinte murarie ed i portali: il famoso arco del portale di Volterra testimonia pure il fatto che l'arco e la volta (già comparse nel periodo egizio) furono adottati e perfezionati dagli Etruschi. Quanto alle opere d'arte, c'è da dire che esse non erano mai firmate, poiché l'arte era come un mestiere per gli Etruschi che richiedeva l'abilità dell'artigiano ma non il suo genio creativo e ciò in analogia ai popoli mesopotamici e agli Egizi. Molto diffusa in tutto il Mediterraneo fu la produzione del bucchero, una ceramica scura elaborata per la prima volta a Caere (Cerveteri) nella prima metà del VII secolo a.C., il cui colore fu probabilmente ottenuto mediante la cottura dell'impasto con una fiamma fumosa. Complessivamente l'arte etrusca assimilò molto dalle civiltà orientali (e soprattutto dai greci), rielaborando però il tutto per soddisfare pienamente le esigenze degli aristocratici, che erano gli unici committenti e finanziatori dell'attività artistica.

I BANCHETTI

Frequenti sono i riferimenti agli Etruschi come popolo dedito a una vita di festini e mollezze. Diodoro Siculo, storico greco vissuto fra il 90 e il 20 a.C., parlando dei Sibariti, dice che essi mangiavano bene e amavano il lusso tant'è che fra i popoli stranieri prediligevano gli Etruschi e gli Ioni poiché i primi (tra i popoli barbari) e i secondi (tra i Greci) si distinguevano per la condotta di vita lussuosa. Sempre a proposito degli Etruschi, Diodoro afferma che abitavano in una regione in cui c'era tutto e quindi, impegnandosi molto nel lavoro, producevano più del loro fabbisogno e di conseguenza potevano concedersi anche una vita di piacere e di lusso. Sembra che per ben due volte al giorno apparecchiassero una tavola ricca mettendoci tutto ciò che serve a un lusso spinto; inoltre usavano coperte ricamate con motivi floreali, vasi d'argento, vesti molto costose e amavano essere serviti da molti domestici, oltre che ornarsi secondo i meriti acquisiti nella condizione degli schiavi. Egli continua dicendo che ormai gli Etruschi avevano perso l'antico valore e non conservavano più la gloria dei loro antenati dinanzi ai nemici. E un contributo a questa mollezza gli veniva proprio dalla fertilità del suolo, infatti essi abitavano in una terra fertilissima dove raccoglievano grandi quantità dei più svariati frutti. Per concludere questo quadro di vita, c'è da dire che il filosofo Posidonio indica nei grandi proprietari terrieri la classe sociale più portata a certe sfrenatezze, visto che si giovavano di un'agricoltura altamente redditizia.

SPORT E GIOCHI

Possiamo suddividere i giochi etruschi in due categorie: della prima fanno parte giochi che si trovano anche in Grecia come il pugilato, la lotta, il salto in lungo, il lancio del giavellotto e del disco, la corsa podistica e la corsa dei carri; della seconda invece fanno parte quei giochi ancora non conosciuti in Grecia come i giochi di Troia, del Phersu, della danzatrice con candelabro, del palo della cuccagna. Tale distinzione serve a noi solo per individuare le tradizioni locali, mentre gli Etruschi non l'avevano minimamente sentita.
Attraverso due raffigurazioni (una etrusca e una greca) si è potuto sapere che gli incontri di pugilato in Etruria venivano accompagnati da flautisti mentre in Grecia non veniva fatto così.
Quanto alla corsa dei carri, ci sono diversità iconografiche che riflettono diversità di usi dei due ambienti; principalmente si può dire che, al contrario dei Greci, gli Etruschi cercavano di rendere più spedita e sicura la corsa, grazie a degli accorgimenti tecnici.
Per quanto riguarda i giochi caratteristicamente locali, sembra che il gioco di Troia, praticato dai Romani durante il I secolo a.C., abbia origini etrusche. Tale gioco era praticato da giovani di nobile famiglia, che non avessero compiuto i diciassette anni: essi, armati e a cavallo, compivano evoluzioni così complicate da suggerire l'immagine del labirinto. Su una brocca etrusca della fine del VII secolo a.C., ritrovata nei pressi di Caere, è appunto rappresentata una scena che ricalca esattamente la descrizione che gli autori classici danno del gioco. In più vi è graffita la parola etrusca "Truia", corrispondente al latino "Troia".
Il Phersu è rappresentato in alcune tombe di Tarquinia della fine del VI secolo a.C. ma la più completa si trova sulla parete destra della Tomba degli Auguri: un uomo con un sacco in testa e un bastone nella mano doveva difendersi da un cane tenuto a guinzaglio da un altro uomo con maschera e berretto a punta (Phersu). La scena è violenta e cruenta, tanto da far pensare ai giochi gladiatori i quali, secondo una tradizione tarda, sarebbero proprio nati in Etruria.

Nella figura in alto (Auguri) abbiamo la parete destra con la rappresentazione dei giochi (fine VI secolo a.C.); nella figura in basso (Giocolieri) abbiamo la parete di fondo con la raffigurazione di una danzatrice con candelabro (fine VI secolo a.C.).
Veduta dell'ingresso della seconda camera con dipinti di scene di caccia e pesca. Nella parete in fondo è rappresentata una scena in cui appaiono i signori a banchetto (540-530 a.C.).

 

La danzatrice con candelabro viene rappresentata nella Tomba dei Giocolieri di Tarquinia (fine VI secolo a.C.): essa cerca di tenere in equilibrio il candelabro, danzando dinanzi a un signore (fondatore della tomba), mentre un flautista scandisce il tempo e un giovanetto tenta di fare bersaglio nel candelabro con alcuni anelli. Questo gioco non è conosciuto in Grecia mentre in Etruria lo troviamo rappresentato molte volte.
Quanto alla diffusione della caccia in Etruria e sulla fama degli Etruschi come esperti cacciatori, abbiamo diverse documentazioni nelle fonti letterarie. Famoso è il "Tuscus Aper", il cinghiale che viveva nei boschi dell'Etruria, di nobile razza, che richiedeva per la cattura un notevole impegno e conferiva gloria al cacciatore vincente.

ECONOMIA E SOCIETA'

Inizialmente l'economia etrusca si basò quasi esclusivamente sull'agricoltura e sulla pastorizia, ma in seguito, grazie alle ricche risorse minerarie (Elba - Etruria), si sviluppò moltissimo pure la siderurgia e Populonia, fulcro di tale attività, divenne un centro commerciale molto importante. Molto sviluppate furono la lavorazione del ferro, del rame e dell'oro (importato da altri paesi), parallelamente alla tessitura, alla lavorazione del cuoio e naturalmente anche all'agricoltura (frumento e vino).

Due caratteristiche notiamo principalmente nei gioielli etruschi: l'influenza dell'oreficeria orientale e la stilizzazione di elementi antropomorfi e zoomorfi. Inoltre essi venivano raffinati ancora di più con gemme preziose, perle e placche incastonate.
Reperti archeologici relativi all'antica arte della filatura della lana presso gli Etruschi. Da sinistra abbiamo tre rocchetti e pesi da telaio rinvenuti in un abitato arcaico nei pressi di Grosseto del VI secolo a.C.; sotto un fuso di bronzo usato per avvolgere la lana cardata trovato in una necropoli nei pressi di Bologna dell'VIII secolo a.C..

L'aristocrazia controllava tutte le produzioni, essendo la terra il nucleo della propria ricchezza, e ridusse in schiavitù le popolazioni delle campagne. In città però giungevano sempre più mercanti, artigiani e servi, per nulla intimoriti dai soprusi della nobiltà e le loro minoranze più ricche ottennero di entrare a far parte della classe dirigente, sebbene gli strati più umili del popolo non ottennero mai nessuna concessione e sovente si ribellarono, ma furono sempre duramente repressi.
A differenza dei nobili, di cui abbiamo molte notizie riguardo alle famiglie soprattutto grazie alle epigrafi funerarie, poco si sa dei ceti più modesti. La classe dirigente etrusca amava il lusso, aveva un forte senso della famiglia e dava molta importanza al ruolo della donna, a differenza dei Greci e dei Romani, i quali deploravano sia il lusso sia le donne.

Molto frequente era l'uso di dividere i capelli al centro della fronte in due grosse ciocche che scendevano lungo le guance in forma di boccoli. Grazie alle raffigurazioni pittoriche vediamo che nell'antichità le donne portavano lunghi capelli sciolti che scendevano sulle spalle, lasciando coperte le orecchie. Successivamente invece vi era la consuetudine di accorciarsi i capelli. Verso il VI secolo a.C. si cominciò a raccogliersi i capelli sulla sommità del capo, avvolti a spirale e trattenuti da nastri e spilli (tùtulus). Raramente gli Etruschi usavano copricapi; l'unica eccezione erano le donne che a volte si coprivano i capelli con un lembo della tebenna.

Gli specchi sono decorati a sbalzo e risalgono alla seconda metà del IV secolo a.C.: il primo rappresenta il lavaggio dei capelli; il secondo una scena di acconciatura. I primi specchi etruschi risalgono al VI secolo a.C. e la loro produzione continua ininterrotta fino III-II secolo a.C., con rappresentazioni connesse alla destinazione dell'oggetto e al livello sociale e culturale del destinatario.

Solo grazie ai dipinti murali e vascolari possiamo ricostruire l'abbigliamento degli Etruschi il quale risulta molto simile a quello dei Greci e ciò per i molti contatti tra i due popoli, commercio soprattutto. Sia uomini che donne, indossavano il chiton, indumento fondamentale, e in più gli uomini gli sovrapponevano la tebenna (mantello) mentre le donne gli affiancavano altri indumenti come il diploide (mantello avvolto due volte intorno al corpo), la càstula (corpino), l'ependùma (gonna).

 

Nel mondo etrusco infatti, la donna godeva di grandi libertà. Gli autori greci stigmatizzarono questo fatto propagando la maldicenza sui costumi morali delle donne etrusche. Infatti, mentre le donne greche vivevano sottomesse al marito e passavano la maggior parte della loro vita chiuse in casa, le donne etrusche avevano il diritto di partecipare a tutti gli eventi pubblici, ai banchetti sedevano assieme ai loro uomini sui letti conviviali, potevano vestire in modo spregiudicato, erano istruite. Testimonianza di questo ruolo di primo piano è l'usanza di individuare le persone affiancando spesso il matrimonio al patrimonio. Nell'ultima fase della storia etrusca, quando l'influenza culturale greca si fece sentire in modo più deciso nelle arti e sui costumi, le donne etrusche persero parte della propria indipendenza.
Mentre nel costume l'aristocrazia etrusca era molto evoluta, ciò non si può dire per la politica: mantenne infatti la sua rigidità nel tempo, bloccando a proprio vantaggio i rapporti con le classi subalterne.

IL COMMERCIO

Situati in una regione cardine per i traffici commerciali tra oriente ed occidente, gli Etruschi seppero sfruttare al meglio questa posizione di favore. Con il controllo del Mar Tirreno garantito dalle loro flotte, i mercanti etruschi erano altrettanto noti di quelli greci o fenici ai popoli che abitavano le coste del Mediterraneo. Anche le vie commerciali di terra che portavano verso il nord Europa erano percorse dai mercanti etruschi, che in tal modo fungevano da tramite tra le civiltà progredite del bacino orientale del Mediterraneo, e quelle meno sviluppate dell'Occidente e del lontano settentrione. I prodotti per cui gli etruschi erano più conosciuti erano il vino, i vasi, tra cui i buccheri, le suppellettili e le armi in bronzo. Per facilitare il commercio e gli spostamenti di truppe, i territori etruschi erano percorsi da una fitta rete di strade, anche realizzate con complesse opere di ingegneria. Queste strade verso nord permettevano di varcare gli Appennini per giungere nella Pianura padana; verso sud, collegavano l'Etruria con la Campania Etrusca e le floride città dell'Italia meridionale.

LA MONETA

Nei tempi più remoti, in cui già i commerci erano floridi, la maggior parte degli scambi avveniva per baratto. I primi mezzi di scambio furono pezzi di rame o di argento grezzo. Nell'età arcaica le poche monete che circolavano, in un'economia essenzialmente basata sul baratto, erano monete greche. La coniazione delle monete in modo sistematico incominciò nella metà del V secolo a.C., e si concentrò a Populonia in corrispondenza della zona mineraria più ricca di tutta l'Etruria. Solo alla fine del IV secolo a.C., sull'esempio romano, apparvero monete di bronzo fuse e coniate.

LA LINGUA

La lingua etrusca, di origini non indoeuropee, rimase incomprensibile fino agli inizi dell'Ottocento, ma oggi abbiamo risultati apprezzabili nella decifrazione. La semplice lettura è semplice poiché gli Etruschu usavano una variante dell'alfabeto greco, ma il significato delle singole parole rimane difficile da chiarire. I termini noti sono perlopiù ripresi da iscrizioni funerarie nelle quali peraltro venivano indicati solamente i nomi dei defunti, le loro qualifiche, cariche, famiglie di appartenenza e poco più, cosicché purtroppo non si possono ricavare altri dati riguardo alle vicende e alla civiltà etrusca.

L'insediamento etrusco di Caere, su cui nel III secolo a.C. venne fondata la colonia romana di Pyrgi, presenta le caratteristiche di un emporio marittimo e commerciale connesso al santuario di Leucotea (VI secolo a.C.). Qui furono edificati pure due templi in concomitanza con le fortune dello scalo portuale (VI-V secolo a.C.).

I documenti più importanti ritrovati finora sono: le lamine di Pyrgi che parlano della vita di Caere agli inizi del V secolo a.C.; la tegola di Capua composta di circa 300 parole del V secolo a.C.; il testo scritto sulle bende della mummia di Zagabria (una mummia egiziana attualmente conservata a Zagabria) composto di circa 1200 parole.

Le tre lamine, con iscrizioni in etrusco e in punico, si riferiscono alle offerte di Téfarie Veliana ("re su Caere") alla dea Uni-Astarte.

Affresco etrusco Borgo etrusco Arringatore
Necropoli etrusca Affresco etrusco Fanciulla etrusca
Arezzo - Castelsecco Mura etrusche Pavimento casa etrusca
Pitagora San Cornelio Arezzo - Cratere Euphronius
San Cornelio La Chimera di Arezzo Arezzo - Minerva

Abbiamo cercato di reperire tutte le fonti delle fotografie e delle immagini ma ciò nonostante, molte di esse restano sconosciute. Rimaniamo comunque a disposizione per porre rimedio in caso di segnalazioni.

Tra le varie fonti, citiamo in primis la Rete e in secondo luogo "Oriente, Grecia e Roma Repubblicana" di A.Camera e R. Fabietti (Ed. Zanichelli).