Amintore Fanfani è stato uno dei più grandi personaggi aretini di tutti i tempi, oltre che della Democrazia Cristiana. Grazie alla sua importante influenza, la nostra città ha potuto usufruire di strutture che tuttora portano benessere, lavoro, introiti economici, e mantengono Arezzo al centro delle comunicazioni nazionali: stiamo chiaramente parlando dell'Autostrada del Sole e della rete ferroviaria. Si provi solo per un momento a pensare cosa sarebbe della nostra città se queste infrastrutture non fossero state fatte passare per Arezzo.

Amintore nasce in Valtiberina, e più precisamente a Pieve Santo Stefano, nella provincia di Arezzo il 6 febbraio 1908 in una umile e numerosa famiglia. Dopo aver frequentato le scuole medie ad Urbino e il Liceo Scientifico ad Arezzo, si iscrisse all'Università Cattolica di Milano dove ottenne nel 1930 la laurea in Economia e Commercio. Nel 1936 diventò professore di Storia delle Dottrine Economiche mentre intanto cominciò ad interessarsi con passione alla politica.

Aderì in modo convinto al fascismo, soprattutto per quello che riguardava la politica economica, sebbene fosse uno dei firmatari del Manifesto della razza del 1938. In particolare sostenne il corporativismo come mezzo di salvezza per la società italiana dalla deriva liberale o socialista e quindi indirizzarla verso gli ideali di giustizia sociale della Dottrina ecclesiastica.

Poi però sempre nel periodo fascista passò all'antifascismo aggregandosi alla sinistra cristiana di Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti, ovvero coloro che nel dopoguerra formeranno la corrente di sinistra all'interno della DC, spesso critica verso Alcide De Gasperi.

Amintore acquistò molta più fama all'estero che non nel suo paese, e men che meno persino all'interno del suo stesso partito, forse proprio per la sua schiettezza e del suo sarcasmo: al contrario del "prototipo" del democristiano, egli voleva assolutamente essere protagonista e prendere parte nelle decisioni importanti prese dalla DC e dal governo. Voleva quindi essere determinante nelle scelte sulle linee guida dell'Italia. Tra i suoi soprannomi "motorino del secolo" e "cavallo di razza" della DC, anche se per i suoi detrattori era semplicemente un "pony" vista la sua esigua altezza.

Eletto all'Assemblea Costituente nel 1946, fu l'ispiratore della formula di apertura della Costituzione e seppe mettere d'accordo diverse identità politiche di allora. Poi cominciò la fase di governo e nel 1948 De Gasperi sbaragliò il Fronte popolare e si appoggiò all'ala progressista del suo partito, rappresentata da Fanfani, eletto alla Camera nella circoscrizione di Siena (dove sarà eletto continuativamente fino al 1968, anno della sua nomina a Senatore a vita). Lo statista aretino venne riconfermato, nel ruolo assunto già nell'anno precedente, come Ministro del Lavoro e della previdenza sociale. Attuerà la dottrina keynesiana, cioè la realizzazione di grandi opere pubbliche finanziate dallo Stato, e con un piano edilizio (le case Fanfani) darà lavoro a molti disoccupati, creando dissensi all'interno del governo e polemiche per aver tralasciato il meridione.

Dopo questo incarico, seguiranno quelli di Ministro dell'Agricoltura e delle foreste nel 1951 e Ministro dell'Interno nel 1953, dove sarà riconfermato nel successivo esecutivo dello stesso anno. Sempre nel 1953 la legge "truffa" sancisce la fine dell'era degasperiana e l'anno successivo diventerà segretario della DC nel congresso di Napoli, incarico riconfermatogli anche nel 1956 al congresso di Trento.

Nel 1954 entrò al Viminale per restarvi circa due settimane per la fiducia conseguita dal suo esecutivo in Parlamento. Ottenuta poi la direzione del partito, si sganciò da coloro che minano l'autonomia della DC, in primis la Chiesa, per arrivare ai livelli di diffusione sul territorio del PCI. Negli anni successivi tentò di seguire la strada del presidenzialismo francese di De Gaulle, aumentando i poteri dei suoi ruoli, ma la sua volontà di concentrare nelle sue mani la segreteria del partito e la presidenza del Consiglio, gli causò la perdita di entrambi e gli succederanno Aldo Moro alla DC e nel 1959 Antonio Segni al governo. Amintore e il suo attivismo torneranno in auge solo nel 1960 dopo che Tambroni fallì miseramente cercando una svolta a destra con i voti del MSI. In questo nuovo corso, Fanfani ebbe l'appoggio del PSDI e del PRI, nonché quello del PSI di Nenni che si allontanò dal PCI.

Sconfitta alle elezioni del 1963, la DC pose al governo il più mite Aldo Moro che continuò l'esperienza di centrosinistra, addirittura inserendo ministri socialisti nel proprio governo, quali Giacomo Mancini alla Sanità e Antonio Giolitti al Bilancio, e suscitando gli entusiasmi dell'Avanti. Fanfani è quindi fuori dai giochi: la "creatura" da lui ideata e messa in atto (il centrosinistra) è ormai in altre mani (Moro). Esiste però una profonda differenza tra i due modelli di centrosinistra: lo statista aretino voleva compiere quelle riforme strutturali che avrebbero sconfitto i comunisti sul loro stesso campo e avrebbe indebolito i socialisti; Aldo Moro invece voleva coinvolgere attivamente nel governo vari membri dei partiti di maggioranza, cosa che poi lo porterà alla morte quando tenterà di fare ciò col PCI verso la fine degli anni '70.

Sul finire degli anni '60, Fanfani insegue il sogno del Quirinale, carica alla quale nessuno della DC vuole che sia eletto: diventa quindi più conservatore, tanto da tentare in modo fallimentare una campagna referendaria per l'abolizione del divorzio. Dopo la sua personale sconfitta, anche la DC accusò il colpo nelle elezioni del 1975, mentre il PCI avanzò abbondantemente, andando anche a conquistare molte grandi città, seppur con l'aiuto di altri piccoli partiti. Amintore venne quindi messo da parte e segretario della DC divenne Benigno Zaccagnini. Lo statista aretino invece assunse la presidenza del Senato. In seguito tornò alla guida di due governi, nel 1982 e nel 1987, con lo scopo di raffreddare il clima politico creatosi all'interno del Pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI) e soprattutto tra DC e PSI. Successivamente Amintore Fanfani fu Ministro dell'Interno nel 1987 nel governo Goria e nel 1988 Ministro del Bilancio nel governo De Mita: questi sono gli ultimi incarichi politici dello statista aretino. Con la fine della DC, egli non si tirò indietro e prese subito parte al Partito Popolare Italiano di Mino Martinazzoli nel 1994, condividendo la collocazione politica di centrosinistra, in coerenza totale con il suo passato.

Sabato 20 novembre 1999 a Roma si è spento all'età di 91 anni il più grande e importante personaggio politico aretino.

CRONOLOGIA POLITICA

1908: nasce in provincia di Arezzo.
1946: membro della Assemblea Costituente, eletto nella lista Dc
1946: membro della direzione Dc (I congresso, Roma 24-27/4/1946)
1947: Ministro del Lavoro e previdenza sociale (IV De Gasperi)
1948-63: deputato alla Camera dei deputati iscritto al gruppo Dc
1948: Ministro del Lavoro e previdenza sociale (V De Gasperi)
1951: Ministro dell’Agricoltura e foreste (VII De Gasperi)
1953: Ministro degli Interni (VIII De Gasperi)
1953: Ministro degli Interni (Pella)
1954: Presidente del Consiglio dei Ministri
1954: segretario della Dc (V congresso, Napoli 26-29 giugno 1954)
1956: segretario della Dc (VI congresso, Trento 14-18 ottobre 1956)
1958: Presidente del Consiglio dei Ministri
1958: …e a interim Ministro degli Affari Esteri (II Fanfani)
1960: Presidente del Consiglio dei Ministri
1962: Presidente del Consiglio dei Ministri
1962: …e a interim Ministro degli Affari Esteri (IV Fanfani)
1964: Ministro degli Affari Esteri (II Moro)
Nel 1965 nominato Presidente della XX Assemblea Generale dell'ONU.
1966: Ministro degli Affari Esteri (III Moro)
1968-99: Senatore a vita (Dc 1968-94, Ppi 1994-99)
1968-73: Presidente del Senato
1973: segretario della Dc (XII congresso, Roma 6-10 giugno 1973)
1976-82: Presidente del Senato
1980-1989: membro di diritto della direzione Dc;
XIV congresso (Roma 15-20 febbraio 1980)
XV congresso (Roma 2-6 maggio 1982)
XVI congresso (Roma 24-28 febbraio 1982)
XVII congresso (Roma 26-30 maggio 1986)
XVIII congresso (Roma 18-22 febbraio 1989)
1982: Presidente del Consiglio dei Ministri
1985-87: Presidente del Senato
1987: Presidente del Consiglio dei Ministri
1987: Ministro dell’Interno (Goria)
1988: Ministro del Bilancio e della prog. economica (De Mita)
1992-94 nella XI legislatura repubblicana Presidente della Commissione Esteri del Senato.
1993: membro del consiglio nazionale del 23 marzo 1993
1999: Muore a Roma il 20 novembre